(tratto dalla nota pastorale della CEI - commissione per la pastorale del tempo libero, turismo e sport)
Lo sport, un fenomeno tipico del nostro tempo
Lo sport: una passione straordinaria e affascinante per la carica di umanità che contiene e per la sua essenziale gratuità. Ma, anche, una realtà continuamente attraversata da dinamiche che la insidiano. La luce della fede però indica possibilità reali di superamento delle soglie di rischio e apre cammini di sviluppo crescente delle potenzialità positive.
Sembra anzi che, attenuata l'efficacia terapeutica, catartica, resti alla pratica sportiva una lucida capacità diagnostica: essere specchio del nostro tempo. Nello sport si profilano molti tratti caratteristici della modernità: l'esaltazione della corporeità, il valore dell'immagine, il carico della disciplina come rigida ascesi laica, un nuovo rapporto tra lavoro e tempo libero, la convinzione di una illimitata possibilità di progresso, il predominio del soggetto, la logica di mercato, il gioco di squadra come piattaforma per l'esaltazione delle doti individuali (il campione) e specchio del modello aziendalistico. Se lo sport registra disagi, se sale in prima pagina non solo per le conquiste dei primati ma anche per l'esplodere della violenza, è perché in esso si rispecchiano le tensioni irrisolte e le contraddizioni della società contemporanea.
Il vissuto ecclesiale
Lo sport é di casa nelle nostre realtà ecclesiali, a cominciare dalla parrocchia e da quella istituzione così preziosa che é l'oratorio. La rilevanza pastorale e sociale di questo dato non può essere sbrigativamente sottostimata come attività di secondo ordine, come una parentesi dagli impegni importanti della vita, quali lo studio o il lavoro, come un semplice riempitivo del tempo libero, o addirittura come una forma di concorrenza ad altre proposte formative o caritative.
A volte, forse, è mancata una riflessione adeguata sotto il profilo della pedagogia della fede: ora non si è avvertita la problematicità e l'ambiguità della pratica sportiva; ora la valenza educativa è stata colta più come occasione di salvaguardia ("dai pericoli della strada, dalle cattive compagnie"...) e di contatto ("si gioca insieme, e poi si prega anche insieme"...) che non come aiuto alla crescita integrale della persona.
L'attenzione magisteriale
Alla cordiale spontaneità della pratica pastorale e ad una certa debolezza della riflessione teologica fa riscontro l'attenzione notevole e significativa, distesa nel tempo e sempre più approfondita nella dottrina, del Magistero della Chiesa.
Il messaggio cristiano, infatti, tocca la vita dell'uomo in tutte le sue espressioni significative: in particolare, è attento ai fenomeni culturalmente rilevanti della persona e della società. L'azione ecclesiale si fa attenta a tutto ciò che acquista valore e incidenza nella cultura e nel vissuto di un'epoca.
E' quindi da respingere, come storicamente infondata e dottrinalmente falsa, l'opinione secondo cui la Chiesa non si sarebbe mai curata di sport, né debba in alcun modo curarsene.
Se la Chiesa si interessa di sport, lo fa in forza della sua missione specifica: quella di annunciare all'uomo il Vangelo che libera e salva (cf. Marco 16,15). Il Vangelo, infatti, é purificazione e compimento di ogni autentica esperienza umana; é prospettiva di senso oltre l'immediato, fonte di interpretazione e realizzazione dell'esistenza; nuovo modo di giudicare e di scegliere, di operare nella vita e di rapportarsi a Dio e agli altri
A sua volta Paolo VI conferma: «La Chiesa, che ha la missione di accogliere ed elevare tutto ciò che nella natura umana vi è di bello, armonioso, equilibrato e forte, non può che approvare lo sport, tanto più se l'impegno delle forze fisiche si accompagna all'impiego delle energie morali, che possono fare di esso una magnifica forza spirituale...»[1].
Lo sport, luogo di valori
Per quanto non essenziale alla vita dell'uomo e della società, lo sport tocca senz'altro aspetti che sono fondamentali per la formazione della persona, nelle sue modalità di espressione e di relazione con gli altri e con il mondo creato.
Lo sport non può essere considerato come una realtà totalizzante: non è tutto, ma va correttamente rapportato a una scala di valori quali il primato di Dio, il rispetto della persona e della vita, l'osservanza delle esigenze familiari, la promozione della solidarietà. In questo senso, lo sport non è un fine. Ma esso non è nemmeno un semplice mezzo; piuttosto, è un valore dell'uomo e della cultura, un "luogo" di umanità e civiltà, che tuttavia può risolversi in luogo di degenerazione personale e sociale.
Dal punto di vista etico, lo sport ha come sua finalità oggettiva di essere "al servizio di tutto l'uomo", di rispettare e favorire "la dignità, la libertà, lo sviluppo integrale dell'uomo".
Una lettura attenta del fenomeno sportivo come realtà profondamente umana permette di individuarne alcune componenti che, in misura diversa e secondo realizzazioni molteplici, si rivelano costanti e caratterizzanti. Non si tratta di tracciare la "figura ideale" dello sport, ma di mettere in luce come, proprio nelle sue componenti costitutive, la pratica sportiva racchiuda una vasta gamma di valori umani, personali e sociali. Fermiamo la nostra attenzione, in particolare, sulla festa, il corpo, l'agonismo.
Festa
«Lo sport - diceva Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo Internazionale degli Sportivi - è gioia di vivere, gioco, festa, e come tale va valorizzato e forse riscattato, oggi, dagli eccessi del tecnicismo e del professionismo mediante il recupero della sua gratuità, della sua capacità di stringere vincoli di amicizia, di favorire il dialogo e l'apertura gli uni verso gli altri, come espressione della ricchezza dell'essere ben più valida ed apprezzabile dell'avere, e quindi ben al di sopra delle dure leggi della produzione e del consumo, e di ogni altra considerazione puramente utilitaristica ed edonistica della vita».
Corpo
Presentando lo sport in dialogo con la Chiesa, Paolo VI diceva: «La Chiesa considera il corpo umano come il capolavoro della creazione nell'ordine materiale. Ma al di là dell'esame fisico e delle meraviglie che si nascondono in esso, ritorna il corpo alla sua origine, e si volge a Colui che l'animò di un "soffio di vita", come dicono le Scritture, e ne fece la dimora e lo strumento di un'anima immortale. A questa prima dignità che il corpo trae dalla sua origine, si aggiunge agli occhi del credente quella che gli conferisce l'essere redento da Cristo e che consente a San Paolo di esclamare: "Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?... O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!" (1 Corinti 5,15) ».
L'agonismo
«L'agone fisico - diceva Pio XII - diventa quasi un'ascesi di virtù umane e cristiane; tale anzi deve diventare ed essere, per quanto sia lo sforzo richiesto, affinché l'esercizio dello sport superi se stesso, consegua uno dei suoi obiettivi morali»[2].
L'agonismo è una componente insopprimibile della pratica sportiva. I fattori di problematicità, che esso pone alla finalità educativa e in particolare alla sensibilità cristiana, non possono essere superati con soluzioni di comodo. Così la frase spesso ripetuta “l'importante non è vincere, ma partecipare” fa torto alla verità. Il desiderio di vincere, di ottenere un risultato soddisfacente appartiene come elemento intrinseco e irrinunciabile alla pratica sportiva. E' fattore di stimolo, di miglioramento e di emulazione. Ciò che deve essere escluso è che la competitività, l'agonismo e lo sforzo siano vissuti "contro" l'altro. Si deve educare a vincere non sull'altro, ma al gioco e alla prova che esso propone. Si gioca insieme, non contro, in una competizione leale e serena.
Palestra di virtù
La pratica sportiva appare come luogo propizio per la coltivazione e lo sviluppo delle qualità proprie dell'esistenza cristiana, oggi non facilmente riscontrabili in altri contesti vitali. Il progetto formativo cristiano non si sovrappone alla pratica sportiva, né la accoglie acriticamente: ne riconosce e ne esalta, piuttosto, la capacità pedagogica, inserendola nell'orizzonte della fede e della concezione globale della persona umana che da essa consegue.
Così, la disciplina sportiva appare particolarmente idonea a generare e irrobustire alcune virtù umane e cristiane, come l'obbedienza e l'umiltà, intese non certo come rinuncia ripiegata e passiva, ma come alta espressione di quella forza interiore di cui parla l'apostolo Paolo (cf. 1 Corinti 9,25.27). Il gioco di squadra, a sua volta, insegna i limiti e i rischi della competizione personale, come pure si apre - se ben orientato e condotto - a vere forme di altruismo, all'amore di fraternità, al rispetto reciproco, alla magnanimità, al perdono. Le stesse leggi del rendimento fisico, se non assolutizzate, preparano il terreno favorevole al dominio di se stessi, alla modestia, alla temperanza, alla prudenza e alla fortezza.
Paolo VI, ispirandosi all'antico adagio "mens sana in corpore sano", parla delle virtù cardinali nello sport: «Noi pensiamo con voi alla padronanza del proprio corpo. Che bisogno di perseveranza e di tenacia! La forza d'animo non ha forse un posto importante tra le quattro virtù cardinali? L'ascesi degli sportivi, che san Paolo prende ad esempio nella sua prima lettera ai Corinzi, non ricorda forse la virtù delle temperanza? L'obbligo rigoroso di prepararsi ed equipaggiarsi bene per le prove non è forse vicino alla prudenza? L'uguaglianza delle capacità tra i giocatori, l'arbitraggio imparziale dei concorrenti, il fair-play dei vinti, il trionfo contenuto dei vincitori non sono forse degli appelli a praticare la virtù della giustizia? E se queste virtù morali contribuiscono alla piena realizzazione della persona umana, come potrebbero non ripercuotersi sulla società intera?»[3].
Analogia con la vita spirituale
Si comprende bene, in questo contesto, l'insistenza a mettere in correlazione la pratica sportiva e la vita spirituale del cristiano. Lo sport, diceva Paolo VI, «è un simbolo d'una realtà spirituale che costituisce la trama nascosta, ma essenziale, della nostra vita; la vita è uno sforzo, la vita è una gara, la vita è un rischio, la vita è una corsa, la vita è una speranza verso un traguardo, che trascende la scena dell'esperienza comune, e che l'anima intravede e la religione ci presenta»[4].
Il compito pastorale
La Chiesa ha dunque un preciso compito pastorale anche nei riguardi dello sport; anzi, come afferma Giovanni Paolo II, «la Chiesa deve essere in prima fila per elaborare una speciale pastorale dello sport adatta alle domande degli sportivi e soprattutto per promuovere uno sport che crei le condizioni di una vita ricca di speranza»[5].
Il compito pastorale della Chiesa si configura come un compito essenzialmente educativo. E' infatti una realizzazione del suo essere "madre e maestra".
Educare è sempre impresa ardua, ma del tutto necessaria, oggi in particolare. Ed è un compito inderogabile. E' quindi molto importante che la comunità ecclesiale, per prima, sia consapevole della forza che lo sport può sprigionare nel campo dell'educazione. Non si vuole certo alimentare nessuna enfatizzazione o esaltazione mitica dello sport; ma, riconosciuta la sua incidenza e capacità plasmatrice nei riguardi delle giovani generazioni, si intende assumerne responsabilmente le grandi e positive potenzialità, sottraendole a possibili logiche di sopraffazione e di sfruttamento.
E' dunque da condividere e rilanciare con forza l'affermazione del Papa: «Tutto lo sport può e deve essere formatore, cioè contribuire allo sviluppo integrale della persona umana»[6].
[1] PAOLO VI, Discorso per il Giubileo degli Sportivi, 8.11.1975.
[2] PIO XII, Discorso per il Congresso Scientifico Nazionale dello Sport e dell'Educazione Fisica, 8.11.1952; cf. anche PAOLO VI, Discorso per il Giubileo degli Sportivi, 8.11.1975: "L’agonismo sportivo, pur così nobile e bello, non deve essere considerato come fine a se stesso, ma soltanto come un mezzo e un aiuto".
[3] PAOLO VI, Messaggio per le Olimpiadi di Montreal, 16 luglio 1976.
[4] PAOLO VI, Discorso ai Corridori del XLVII Giro d'Italia, 30.5.1964.
[5] GIOVANNI PAOLO II, Discorso per il Convegno Nazionale della CEI, 25.11.1989.
[6] GIOVANNI PAOLO II, Discorso per il Consiglio della Federazione Internazionale dello Sci, 6.12.1982.
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