Ragazzi Missionari

Un consiglio per te!!

Tutti pensiamo che quando si crede in Dio cambia qualcosa nella vita di tutti i giorni e così possiamo provare a rispondere all’invito di Gesù nel Vangelo: “Amatevi gli uni con gli altri…”.   L’Infanzia Missionaria sa che i ragazzi  possono cambiare il mondo!
 
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I Santi Patroni delle Missioni

Santa Teresa di Gesù BambinoSanta Teresa di Gesù Bambino

Teresa è proprio l’esempio dell’anima che non resiste alla grazia, ma che ne riconosce in sé gli effetti, frutto gratuito di quella «misericordia divina che ha fatto tutto il buono esistente» in lei (Op. cit. 1,11). «Per tutta la mia vita - scrive - è piaciuto a Dio circondarmi di amore, i primi ricordi sono sorrisi e carezze tenerissime» (Op. cit. 1,14). 


Teresa nasce in un ambiente familiare che diventa per lei subito e per sempre l’immagine del cielo, ed è proprio attraverso l’esperienza dell’amore famigliare che ella scopre la tenerezza e la sollecitudine del «Padre nostro».

È nel rapporto con i genitori, in particolare con papà Martin - la mamma muore infatti quando Teresa ha 5 anni - che impara l’indissolubilità tra obbedienza e amore così che l’una cresce nell’altro dentro una corrispondenza che non conosce costrizione alcuna. In questa unità familiare sono innestate anche le sorelle (Paolina, Maria, Celina, Leonia).
L’amore che nutre per loro è immerso nella stessa atmosfera dell’amore per i genitori anche se la predilezione per Celina, di cui le lettere lei indirizzate sono la testimonianza più eloquente, raggiunge un grado ben superiore di passione e dedizione.
Teresa non conosce che l’amore puro poiché nulla di impuro mai l’ha contaminata tanto che lei stessa definirà la sua una «famiglia verginale». L’amore totalmente umano e incarnato della sua famiglia è per lei la possibilità di introdursi all’amore celeste così che, in un certo senso, il convento si rivela in piena continuità con la sua vita famigliare se non addirittura sviluppo e compimento di questa.

Ma il Carmelo è per Teresa anche e soprattutto l’anticipo del compimento definitivo, l’avverarsi, in pienezza di ogni suo desiderio. La conclusione del primo scritto autobiografico che doveva contenere, secondo l’indicazione della sorella priora, i ricordi della sua giovinezza, si chiude con accenti di gratitudine che lasciano intravedere come Teresa «non abbia più alcun desiderio se non quello di amare Gesù alla follia».

E questo amore diventa più che mai programma di vita: suo scopo è infatti la salvezza del mondo mediante l’amore che si consuma in un rinnegamento di sé che ella stessa definisce come «vita di morte». Si tratta di un inizio continuo perché è proprio là dove si arriva, il nuovo punto da cui ripartire. È in questo ricominciare sempre il segreto della sua «piccola via»: la lotta dell’andar contro se stessi, del vincere l’istintività della propria reazione, del proprio comodo, della propria volontà; il lasciarsi trafiggere da quelle che lei chiama «le punture di spillo». Anche ciò che potrebbe sembrare obiezione, lo Spirito che opera in lei, trasforma in occasione per vivere la vita di Cristo che «imparò l’obbedienza da ciò che patì» (Eb. 5,8). L’amore di Teresa si origina dunque e si motiva del fatto che «Cristo per primo ci ha amati e ha dato se stesso per noi» (I Gv. 4,10) e che «nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici» (Gv. 15,13).

Ma questo amore che dà la vita coincide con il vivere l’obbedienza alla propria regola come sorgente di certezza e di amore. Non quindi un amore astratto o teorico bensì capace di trapassare nell’altro il sepolcro delle apparenze per scorgervi il volto nascosto di Cristo che pacifica e rende «dolce quello c’è di più amaro».
Teresa sacrifica tutto di sé a questa Presenza che la semplicità e la purità del suo sguardo sanno vedere e nella quale ella si annienta e si confonde per rinascere come volontà di un Altro. Il «non scegliere niente» per lei coincide infatti, paradossalmente, con l’aver «scelto tutto» perché il «tutto» che Teresa sceglie è «tutto quello che Cristo vuole» (Op. cit. 1,37).

Teresa vive quella che Ignazio di Loyola aveva definito come «la legge dell’indifferenza»; eppure in lei questa via conserva una piena originalità personale: «Io non sono mai delusa perché sono sempre contenta di ciò che il buon Dio fa. Non desidero che la sua volontà».
Alle consorelle che durante l’ultimo periodo della sua malattia le chiedono come si sentirebbe se dovesse tornare in salute risponde: «Se fosse la volontà di Dio sarei ben felice di offrirgli questo sacrificio». D’altra parte va detto che proprio all’interno di questa «indifferenza» tutti i sentimenti e i desideri umani si mantengono vivi e presenti in lei così che drammaticità e lotta l’accompagnano senza logorarla; ne fecondano invece l’umanità.
Un’umanità, la sua, che si spalanca e si dilata al mondo. Ella vive infatti nel Carmelo la sua «missione nella Chiesa».
Non a caso il papa Pio XI che nel 1925 procede alla canonizzazione della santa la dichiara poi nel ’27 patrona principale, con San Francesco Saverio, di tutti i missionari e delle missionarie esistenti sulla terra.

Al reverendo Maurizio Bellière, suo «fratello spirituale» Teresa scrive in una lettera: «Lavoriamo insieme all’opera della salvezza delle anime. Io posso fare ben poco, o piuttosto assolutamente nulla da sola, ma mi conforta il pensiero che al suo fianco posso servire a qualcosa».
Teresa ha trovato così il suo posto nella Chiesa: «nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore...così sarò tutto!». È pagata, a caro prezzo, questa sua vocazione all’amore. Tuttavia la prova della fede, la «notte del nulla» che Dio non le risparmi acuiscono in lei il desiderio di offrirsi «in olocausto all’Amore misericordioso» e le fanno dire: «quando canta la felicità del Cielo, il possesso eterno di Dio, non provo gioia alcuna, perché canto semplicemente ciò che voglio credere» (Scritto aut. C. 1,280). Anzi è proprio attraverso questa prova della fede e della speranza che durerà per Teresa fino all’ultimo giorno, che la Chiesa - come bene ha detto ancora il Papa - ha ritrovato tutta la semplicità e la freschezza del grido “Abbà Padre!” la cui origine e sorgente è nel cuore di Cristo stesso.

(Giulietta Sponza - Grandi Quaderni di Cl, I santi, 1987)
 
San Francesco Saverio

San Francesco Saverio

A San Francesco Saverio sono bastati dieci anni di lavoro missionario, fatto con intelligenza e assoluta dedizione per il nome di Gesù, per guadagnarsi sul campo i titoli di Patrono dell'Opera di Propagazione della Fede (1904) di Patrono delle Missioni (nel 1927 insieme a Santa Teresa di Gesù Bambino, mai stata in una missione vera e propria).

Ma già nel lontano 1748 era stato dichiarato Patrono dell'Oriente. È una delle più grandi figure del 1500 e della storia della Chiesa moderna. 

Nacque nel castello di Xavier, nella Spagna del nord, nel 1506. Sesto figlio di Maria e di Juan de Jassu, che aveva studiato a Bologna e che allora ricopriva la carica di presidente del Consiglio reale di Navarra. Era di famiglia nobile. Ma già da bambino conobbe il dolore per la perdita del padre. Dopo essere entrato nel clero di Pamplona, nel 1525 si recò a Parigi per proseguire gli studi. Quella di Parigi era una delle famose università del tempo di respiro “europeo” (insieme a Bologna, Salamanca, Oxford, Padova, ed altre) che attirava studenti da tutta Europa.

Nel 1530 Francesco diventò “Magister Artium” oggi si direbbe si laureò in Lettere. Cominciò ad insegnare perché gli interessava la carriera accademica. Nel collegio Santa Barbara, dove risiedeva, conobbe Ignazio di Loyola, altro spagnolo in trasferta a Parigi per studi. L'incontro voluto dalla Provvidenza si rivelò decisivo per la sua vita. Egli stesso scriverà in una lettera: “Quale grazia Nostro Signore mi ha fatto nell'aver conosciuto il signor Maestro Ignazio”. Questi aveva 15 anni più di lui, quindi più maturo di anni, più esperto della vita e più avanti nel cammino spirituale: si era già “convertito” a Gesù Cristo. 

Dopo lunghe conversazioni con Ignazio nel 1533 avvenne la “conversione” definitiva di Francesco a Gesù Cristo. Continuò inoltre a far parte di quel gruppo di “ignazisti” che nel 1534 a Montmartre emisero i voti religiosi: era il primo nucleo della Compagnia di Gesù, chiamati poi Gesuiti. Diventato sacerdote a Venezia nel 1537, e dopo un po' di apostolato nelle città di Vicenza e di Bologna, fu segretario di Ignazio di Loyola per il biennio '39-'40. Poi la svolta radicale, che avrebbe segnato per sempre la sua vita. Nel 1540 Francesco accettò con entusiasmo di sostituire un missionario in partenza che si era ammalato. Il papa Paolo III lo nominò nunzio apostolico per le Indie.

Missionario tra i pescatori di perle

Il 1500 è stato un secolo di grandi navigatori. La scoperta dell'America da parte del genovese Cristoforo Colombo nel 1492 aveva risvegliato l'entusiasmo. Il mare non faceva più paura, non era il nemico dell'uomo di cui bisognava diffidare. Nel mare si tornavano a vedere grandi opportunità: nuove vie di comunicazione, certamente, ma anche di arricchimento veloce (molto spesso a spese degli indigeni) mediante il commercio. Francesco Saverio partecipò di questo spirito di avventura proprio di tanti navigatori del secolo. “Per lui mari e oceani non furono mai barriere d'ignoto e di paura. Erano strade aperte. Vero uomo dell'Evo moderno, non tollerava limiti nell'andare. Ma la sua meta non erano l'oro e l'argento del Nuovo Mondo appena scoperto: affrontava onde e tempeste solo per incontrare altri uomini, ignorando confini e barriere di razza o lingua o cultura. Tutti erano destinatari della notizia cristiana e lui doveva farsene messaggero. Nulla e nessuno era troppo lontano o troppo diverso” (Domenico Agasso).
Erano molti quelli che sfidavano i mari per arricchire se stessi materialmente. Francesco e tanti altri missionari (prima e dopo di loro) affrontavano le stesse fatiche e gli stessi rischi per arricchire gli altri spiritualmente.

Nel maggio del 1542 era a Goa, allora capitale delle colonie portoghesi dell'Oriente. Furono questi per Francesco mesi di intensa attività pastorale, nel settore della formazione del clero indigeno. Era tornato un po' professore. Ma sentiva nel profondo del cuore che questo non era il suo compito e il suo destino. Il suo primo lavoro missionario fu nelle coste meridionali del subcontinente indiano e nell'isola di Ceylon. Lavorò con dedizione e amore tra i pescatori di perle, convertiti da poco tempo, e privi di cure pastorali. Questi appartenevano ad una delle caste più basse dell'India: Francesco ne imparò la lingua, il tamil, li istruì scrivendo per loro un Catechismo, e li difese politicamente dagli invasori.


Nel biennio '45-'47 lavorò nelle isole Molucche, appartenenti anch'esse alla diocesi di Goa. Oltre agli indigeni egli si occupa anche dei mercanti portoghesi, giunti nelle Indie per arricchirsi. Anch'essi avevano bisogno delle sue cure pastorali.


Francesco non si è stabilito in modo permanente in nessun luogo di missione. Un po' come san Paolo, il suo grande modello, lui doveva iniziare il lavoro missionario più difficile, seminare i campi di seme evangelico, altri lo avrebbero coltivato e curato, altri ancora avrebbero raccolto. Voleva personalmente conoscere tutta l'Asia, per informare il Papa su questo nuovo mondo.
E per realizzare questa spinta missionaria ecco che Dio gli prepara un altro incontro provvidenziale. Anche questo darà una svolta decisiva alla sua opera di evangelizzatore.

“I Giapponesi amano ascoltare le cose di Dio”

Verso la metà del 1547 nell'isola di Malacca Francesco Saverio fece la conoscenza di un indomito lupo di mare, di nome Yajiro, un ex pirata dei mari della Cina. Particolare fondamentale: era giapponese. Questi gli fece una bellissima descrizione del Cipangu, cioè del Giappone. Yajiro parlava dei propri connazionali come di un popolo di buona cultura, animato dal desiderio di imparare e dell'interesse anche per le cose religiose. Francesco ascoltava tutte queste cose, sognando già il suo nuovo campo di apostolato. Voleva presto rispondere a questo desiderio dei Giapponesi di conoscere “cose nuove su Dio”.

Quest'anno cade proprio il 450° anniversario del suo arrivo in Giappone. Arrivò infatti il 15 agosto 1549, precisamente a Kagoshima insieme ad un suo compagno missionario e Yajiro che frattanto aveva ricevuto il battesimo prendendo il nome di Paolo della Santa Fede: sarebbe stato il suo interprete. Il primo approccio con i nuovi amici da portare a Cristo non fu semplice. Francesco trovò un paese in preda alle lotte fra i grandi feudatari e latifondisti, con un potere centrale imperiale che non si imponeva. Il problema della lingua affiorò subito. Data la modesta cultura dell'ex pirata diventato interprete le difficoltà furono tante. Impiegò ben quaranta giorni ad imparare i comandamenti in giapponese. I frutti di conversione arrivarono e furono abbondanti e consolanti.

Lui stesso scriveva con entusiasmo ai Gesuiti di Goa questo bellissimo elogio dei Giapponesi di allora: “La gente con la quale abbiamo finora parlato è la migliore che abbia mai incontrato, e credo che tra gli infedeli non se ne troverà mai altra che superi i giapponesi. È gente sobria nel mangiare; molti sanno leggere e scrivere; hanno una sola moglie; pochi sono i ladri; amano ascoltare le cose di Dio”.

Cresceva intanto l'opposizione alla sua predicazione da parte dei bonzi buddisti. Cercò una strada diversa, per vincere questa resistenza. Puntò in alto, molto in alto, all'imperatore stesso. Voleva ottenere il permesso di predicare da lui stesso. Ma qui fece un errore: l'aspetto umile dei missionari, il loro modo di vestire suscitò invece che attenzione disprezzo tra la gente, con il risultato che non venne ricevuto dall'imperatore.
Cambiò subito strategia e metodologia evangelizzatrice. Oggi si parla molto di adattamento e di “inculturazione” per poter annunciare il Vangelo. Non è certo una novità nel campo della evangelizzazione. La storia della Chiesa porta molti esempi. Sulla scia del primo evangelizzatore, di Gesù Cristo stesso. Nel secondo incontro Francesco ed i suoi amici si presentarono vestiti secondo l'etichetta, portando all'imperatore dei doni europei. Ottenne così il permesso di predicare liberamente e fare conversioni.

Nel Giappone Francesco battezzò più di mille persone. Riuscì a formare delle buone comunità di cristiani, compatte e composte da tutte le classi sociali.
Ma sempre più sovente affiorava una obiezione. Francesco presentava il Cristianesimo come la verità in campo religioso, superiore alle altre religioni conosciute dai Giapponesi. Questi però gli dicevano: se nel cristianesimo c'è la verità come mai in Cina non ne sanno niente? Per i Giapponesi di allora la Cina era il paese guida, in tutto, dalle scoperte scientifiche alle ultime mode. Quindi doveva conoscere anche il Cristianesimo se questo era la verità. E Francesco che conosceva bene la logica decise subito di partire per la Cina. Cristianizzata la Cina, in Asia non ci sarebbero state altre difficoltà.
È proprio vero che l'uomo propone e Dio dispone. Francesco lasciò il Giappone per far ritorno a Goa e qui preparare il viaggio. Dopo varie difficoltà arrivò a Canton, porta verso la Cina. Accompagnato da un solo compagno, cinese e cristiano, colto da forti febbri, morì sull'isola di Sanchnan, proprio davanti alle coste cinesi. Era il 1552. Aveva solo 46 anni. Il suo sogno svaniva. Ma altri ben presto nel suo ricordo e seguendo l'esempio, avrebbero ripreso l'idea e realizzato il progetto.

Missionario catechista

San Francesco Saverio fu un grande missionario e un grande catechista. E fu grande missionario perché grande catechista. Questo lo dimostrò nella sua prima missione nell'India meridionale. Nel suo metodo missionario procurò subito di imparare la lingua dei suoi catechizzandi. Ebbe poi una opzione preferenziale per i bambini e i ragazzi. Proprio per essi preparò dei Catechismi. Per gli adulti invece creò un “metodo per pregare” e anche un catechismo adatto a loro.
Nel Giappone, cambiando i soggetti da evangelizzare, cambiò metodologia. Ne studiò prima la struttura sociale, quindi cominciò i primi approcci con i signori feudali e con i bonzi, attraverso numerose “discussioni o dialoghi”.
San Francesco Saverio dava grande importanza al ministero della Parola, e questa annunciata con stile popolare. Lo considerava come il centro di tutta la evangelizzazione. Lui stesso affermava: “Le vostre prediche saranno frequenti tanto quanto protranno esserlo, poiché questo è un bene universale da cui si ottiene molto frutto, servizio a Dio e vantaggio per le anime”.

Lo sapevi che..?

 

La croce missionaria ha 5 colori diversi e ciascuno di essi rappresenta un continente:

BIANCO rappresenta l’Europa.

VERDE rappresenta l’Africa

ROSSO rappresenta l’America

GIALLO rappresenta l’Asia

BLU rappresenta l’Oceania